Ottanta anni fa “Pearl Harbor”

Il 7 dicembre 1941 il Giappone attaccava a sorpresa, senza dichiarazione di guerra, la base aeronavale americana di Pearl Harbor, nell’arcipelago delle Hawaii, dove aveva sede la flotta del Pacifico, consentendo agli Stati Uniti di superare tutte le resistenze interne per l’entrata ufficiale nella Seconda guerra mondiale. Sono passati ottanta anni da quel giorno e quell’evento è ancora vivo nella coscienza americana, anche dopo l’attacco alle Torri gemelle.

Lo scenario prima di Pearl Harbor

La guerra era iniziata da due anni. L’anno prima, nel 1940, il Giappone aveva firmato un’alleanza difensiva con l’Italia e la Germania nazista. Alla fine del 1941, mentre in Europa la Germania nazista portava avanti la sua offensiva contro l’Unione Sovietica arrivando alle porte di Mosca, il Giappone stava continuando la sua aggressiva politica di espansione nel sud-est asiatico, iniziata già a partire dagli anni Trenta con la conquista della Manciuria, da sempre contesa con la Cina, tra il 1931 e il 1932, e che continuava, tra il 1940 e 1941, con la minaccia alle principali colonie occidentali nell’area (come l’attuale Malesia, allora britannica, o le Indie Orientali olandesi), dopo aver già occupato l’Indocina francese.

Dopo l’invasione della Cina, considerata dagli americani un attacco alla legalità internazionale, gli Stati Uniti avviarono un lento strangolamento economico del Giappone, con un embargo graduale e il congelamento depositi finanziari, di fronte al quale il Giappone si trovò a scegliere se cedere o reagire.

L’aggressione dunque non nasceva dal nulla, ma rappresentava il punto di rottura di una tensione che durava da anni, con il Giappone che coltivava un disegno imperiale che contestava il primato USA nel Pacifico, ma che per realizzarsi necessitava di ampie conquiste territoriali per ottenere quelle materie prime di cui il Giappone era sprovvisto. Nelle intenzioni dei giapponesi l‘operazione aveva quindi l’obiettivo di rendere gli Stati Uniti incapaci di reagire agli ulteriori propositi espansionistici giapponesi nel Pacifico.

Un confronto militare tra il Giappone e gli Stati Uniti, due paesi che erano stati alleati durante la Prima guerra mondiale, era ampiamente previsto da molti osservatori, ma a dicembre del 1941, nonostante le tensioni, tra i due paesi erano ancora ufficialmente aperti i canali diplomatici ed erano in corso negoziati. Oltre a questo, gli Stati Uniti non si attendevano un attacco nelle Hawaii, relativamente lontane dal teatro di guerra, e dove la Flotta del Pacifico era stata spostata da pochi mesi dalla precedente base di San Diego, in California.

L’ “Operazione Z”

Da parte giapponese, la pianificazione dell’attacco, che faceva capo al comandante in capo della flotta combinata giapponese, l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, proseguiva dall’inizio del 1941, ed aveva mobilitato i mezzi militari coinvolti (una squadra di sei portaerei e diverse navi da guerra di supporto) già a novembre, ma l’autorizzazione definitiva dell’imperatore Hirohito arrivò solo il primo dicembre.

Il piano dell’Ammiraglio Yamamoto, in codice “Operazione Z”, era quello di affondare buona parte della flotta americana nel Pacifico, soprattutto le due portaerei che si trovavano alla fonda, ovvero la Lexington e la Enterprise. La gemella Saratoga era in patria e altre portaerei e navi importanti erano nell’Atlantico, dove erano state trasferite in preparazione a un’entrata in guerra contro la Germania e l’Italia: ancora non c’era stata nessuna dichiarazione di guerra contro l’Asse ma i preparativi erano imponenti.

L’attacco a Pearl Harbor doveva essere portato mantenendo le portaerei molto lontane al fine di essere fuori dal raggio operativo della reazione controffensiva americana, vale a dire fuori anche dall’autonomia operativa dei propri velivoli, che dopo l’attacco sarebbero stati sacrificati. Ma il piano che fu poi realmente attuato fu perfezionato da due ufficiali esperti in lotta aeronavale, Takigiro Onishi e Minoru Genda, i quali pensarono invece di far avvicinare le portaerei di molto a Pearl Harbor affinché i velivoli coprissero una distanza relativamente breve fino agli obiettivi. Dopo il lancio dell’attacco le portaerei si sarebbero immediatamente allontanate alla massima velocità per raggiungere un punto di recupero molto lontano ma ancora nel raggio dei propri aerei. Il contrattacco americano avrebbe così dovuto essere portato a una distanza limite e forse fuori dal raggio d’azione dei propri velivoli. Fondamentale era non farsi individuare durante l’avvicinamento fino al momento del lancio dalle portaerei: i radar dell’epoca erano comunque abbastanza primitivi e inefficaci a quelle distanze.

La flotta giapponese effettuò una magnifica manovra diversiva non puntando direttamente sulle Hawaii da Ovest ma dirigendosi verso le isole Curili, molto a Nord dell’obiettivo. Da qui venne lanciata l’ultima fase dell’attacco e la flotta giapponese fece prua verso le Hawaii provenendo da una direzione inaspettata. Oltre all’ammiraglia Akagi, le altre 5 portaerei erano: Kaga, Soryu, Hiryu, Shokaku e Zuikaku.

Alle 6:00 del 7 dicembre 1941 decollò la prima ondata di aerei giapponesi: una stazione radar americana li individuò con discreto anticipo ma il responsabile dell’analisi delle immagini radar attribuì le tracce ad una formazione di B-17 il cui arrivo era previsto per la stessa ora. I primi 183 velivoli erano divisi in tre gruppi: il primo (siluranti e bombardieri) con obiettivi navali, il secondo e terzo con obiettivi terrestri (infrastrutture aeroportuali, velivoli a terra, postazioni di contraerea etc.). Al termine degli attacchi i danni inferti a terra furono devastanti e ingenti quelli alla flotta del Pacifico, se si considera che essa venne resa di fatto non operativa per lungo tempo. Ritenendo che le prime due ondate avessero efficacemente battuto gli obiettivi previsti, fu cancellata una terza ondata inizialmente pianificata che avrebbe dovuto concentrarsi su depositi e arsenali per azzerare completamente le capacità belliche Usa in tutto il Pacifico.

L’aspetto più importante dell’operazione, forse uno dei principali motivi per cui l’attacco ebbe risultati tanto devastanti, è da ricercare nell’alto livello di coordinamento della flotta giapponese, che consentì di preservare l’essenziale fattore sorpresa. Per tale motivo il gruppo navale venne mantenuto compatto ed il trasferimento delle informazioni avvenne solo con segnali visivi, oltre ad un ferreo silenzio radio degli aerei in volo. Di fronte a tutto questo, gli americani si trovarono assolutamente impreparati, in quella tranquilla e rilassata mattinata di riposo domenicale.

«Tora! Tora! Tora!». Fu questo il messaggio che il Comandante della marina imperiale giapponese Mitsuo Fuchida, l’unico autorizzato ad usare la radio, pronunciò per festeggiare il successo dell’operazione, attuata in assenza di una dichiarazione di guerra. Il bollettino di guerra fu tragico: 2.403 statunitensi morti, tra civili e militari, con 1.178 feriti, 19 navi e oltre 300 aerei distrutti o danneggiati. I giapponesi invece persero 29 aerei e 64 uomini. Nelle ore successive, il Giappone invase anche le Filippine e l’isola di Guam, allora sotto il controllo degli Stati Uniti, così come le colonie inglesi di Malaya, Hong Kong.

Le conseguenze

Le conseguenze furono dirette e immediate. L’8 dicembre, il giorno dopo, il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt pronunciò il celebre discorso con cui chiese al Congresso l’autorizzazione a dichiarare guerra al Giappone. Il 7 dicembre, disse Roosevelt, sarebbe rimasto “un giorno che vivrà nell’infamia”: la risposta degli Stati Uniti doveva essere immediata e puntare a conquistare una “vittoria assoluta” contro il Giappone. Il Congresso approvò la richiesta meno di 24 ore dopo.

Anche se nell’immediato l’attacco fu un successo quasi completo, questo non assestò all’apparato militare statunitense nel Pacifico il colpo mortale, o meglio non fu così durevolmente favorevole, rispetto a quanto aveva previsto il comando giapponese. Dall’attacco a Pearl Harbor gli Stati Uniti si ripresero rapidamente: le tre portaerei statunitensi della Flotta del Pacifico (la Lexington, la Saratoga e l’Enterprise) non furono distrutte nell’attacco perché in quel momento non si trovavano alla base. Gli Stati Uniti si affrettarono poi a costruire altre portaerei a ritmo accelerato, e nella guerra contro il Giappone nel Pacifico contò molto di più la loro superiorità aerea rispetto alle battaglie navali.

Il risveglio del Gigante

In senso strategico l’ “Operazione Z” si può considerare un sostanziale fallimento, non solo perché le tre portaerei della flotta del Pacifico sfuggirono all’attacco, ma soprattutto perché Germania e Italia si sentirono in dovere di dichiarare guerra agli Stati Uniti per solidarietà con l’alleato. Questo trasse Roosevelt d’impaccio, dandogli la possibilità di entrare in guerra contro il suo vero nemico e di conseguire scopi politici ben più ampi di quelli relativi al solo Pacifico.

Il termine “infamia” usato da Roosevelt ebbe una risonanza profonda nel pubblico americano, i cui dubbi sulla necessità di scendere in guerra contro il Giappone vennero di colpo spazzati via. Gli Stati Uniti isolazionisti si trasformarono, secondo la definizione di Roosevelt, nell’ “Arsenale della democrazia” e nella guida del mondo libero. Assunsero, cioè, la direzione militare, politica e simbolica di tutto il mondo, giungendo a stringere alleanze strutturali che durano ancora oggi, come con il Regno Unito, e alleanze di scopo con paesi totalmente diversi. Lo stesso Giappone, sconfitto, fu portato nella sfera occidentale.

Ma se è lecito pensare che anche senza Pearl Harbor il ruolo degli Stati Uniti nel mondo contemporaneo non sarebbe stato diverso da quello che conosciamo, è vero anche che l’attacco giapponese contribuì, come evidenziato da Gregory Alegi, a creare nel popolo americano il mito del “Giorno che vivrà nell’infamia”. In tal senso va visto il memoriale alla corazzata USS Arizona, ancora adagiata sul fondo a Pearl Harbor, che dopo ottant’anni continua a vivere nella coscienza dei cittadini americani di ogni età, estrazione sociale, posizione politica e origine etnica.

La crisi dello “spirito di Pearl Harbor”

Ma questo anniversario, alla luce dello scenario internazionale contemporaneo, ci spinge a fare ulteriori riflessioni. Infatti, se è vero che Pearl Harbor ha segnato l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale e anche l’inizio del cosiddetto “secolo americano”, durante il quale gli Usa sono stati in qualche modo costretti a mettere in campo la loro potenza, con un impegno senza precedenti sulla scena internazionale, in quanto l’unico Paese impegnato in una guerra davvero globale, sia sul fronte del Pacifico che su quello dell’Atlantico, il paradosso è che oggi quella logica interventista viene messa in discussione come non mai: stiamo assistendo alla crisi dello “Spirito di Pearl Harbor”.

A questa crisi, che nasce dal sempre più frequente disimpegno degli Stati Uniti da tanti contenziosi internazionali, si aggiunge il nuovo scenario che si va delineando nel Pacifico, dove oggi, a 80 anni di distanza, l’avversario strategico ha assunto le sembianze della Cina (vedi la crisi di Taiwan), piuttosto che del Giappone.